07 ottobre 2026

🐰 Le Strane e Avventurose disavventure di Uramo e Anariel - Capitolo 1

 


Le Strane e Avventurose disavventure di Uramo e Anariel

Capitolo 1 : Lo strano schiavo dell'Arca Nera

(UNOFFICIAL WARHAMMER FANTASY FAN FICTION)

La battaglia del mercantile da trasporto di Luccini, La Grande Sovrana, non durò a lungo. I Druchii sono nati per le battaglie in mare e le loro Raven Ships sono maledettamente veloci e letali. Mettiamo anche un equipaggio non preparato a una simile evenienza e incursione, armi datate e scarse e un Capitano che ha pensato bene, prima di tutto, di buttarsi in mare: ecco a voi la ricetta per un disastro.

E non un disastro comune, ma forse il peggior destino che un potenziale viaggiatore per mare potrebbe incontrare. A patto che tu non venga reclamato da qualche Capitano Vampiro come suo servo non morto.

Ma difficilmente ci sono sorti peggiori.

Essere preso schiavo da un'Arca Nera è qualcosa di inimmaginabile.

Chiamarla nave sarebbe stato quasi ridicolo. L’Eredità dei Mari Oscuri emergeva dal mare come una oscura fortezza strappata alla terra e costretta a galleggiare: mura nere, bastioni, torri e ponti si sovrapponevano fino a confondersi nella foschia. Intorno alla sua massa si muovevano le navi minori della flotta, che al confronto sembravano poco più che scialuppe. Anche da lontano dava l’impressione che il mare stesso faticasse a sostenerla.

Gli unici due morti tra le file degli incursori Druchii furono due assaltatori che ebbero la sfortuna di trovarsi sulla traiettoria di tiro di una delle poche armi veramente valide che quel mercantile potesse avere a bordo: un Fucile Vendetta. Inutile dire che il portatore di quel fucile fu disarmato in poco tempo dai rimanenti assaltatori.

Il difetto dell'essere un tiratore è che devi avere una linea salda per poter fare il tuo mestiere di morte.
20 morti, 30 feriti e 126 prigionieri.

Più un carico di spezie e forniture di monili d'argento per la città di Portomaggiore. Un discreto bottino, ma nulla di eccezionale. La prossima caccia per i Druchii avrebbe senza dubbio avuto più fortuna, ma non tornavano a mani vuote.

Ah no, di sicuro.

Il fatto curioso era come un'Arca Nera si fosse spinta così lontano, ma non era qualcosa di completamente anomalo. Un evento eccezionale, senza dubbio, ma non impossibile.

I Druchii girano letteralmente per tutto il globo terracqueo in cerca di nuove merci e schiavi per i mercati di Nagarronth, e questa probabilmente rappresentava una delle ultime cacce per loro prima delle stagioni di Ulriczeit e Vorhexen. In quei periodi le tempeste sono frequenti e le acque tutt'altro che chete. Ovviamente un'Arca Nera soffre ben poco di simili condizioni, ma le Raven Ships sì, e non esistono molti approdi in grado di accogliere una simile città galleggiante lontano dalle oscure acque della patria dei Druchii.

Questa, inoltre, aveva un nome particolare: l'Eredità dei Mari Oscuri.

L'Ammiraglio Nero al comando di quell'enorme bestia era Reikharis Marescuro, noto per essere spietato, ironico e crudele con gli sconfitti. E chi, tra i Druchii, non lo è?

Ma era noto anche per la sua brutalità e per un'abilità in combattimento che pochi Ammiragli prima di lui avevano mostrato. Soprattutto, era scaltro e geniale nella tattica. Altra dote rara. Ancor più raro è trovare un Ammiraglio Oscuro che non sottovaluti il nemico prima di ingaggiarlo, per poi divertirsi come fa il gatto col topo una volta che il giuoco è finito. Oh sì. Reikharis era decisamente un ottimo Ammiraglio.
E chi lo comandava non era nientemeno che Morathi, la Regina Strega degli Elfi Oscuri, devota a Slaanesh. Ora, se proprio dobbiamo dirlo, nei mari esistono innumerevoli forze e i loro Alti Cugini non sono affatto da meno. Ma un'Arca Nera porta con sé un potere inconcepibile. Una vera blasfemia e un affronto per Manann, Dio degli Oceani, e ogni volta che una di esse si avvicina al Vecchio Mondo i suoi sacerdoti invocano la sua furia affinché la sua ira affondi quelle abominevoli città galleggianti.
Un peccato che, in quella circostanza, fosse passata del tutto inosservata e impunita. Ma la fortuna è volubile. E la sfortuna, lei, ci vede benissimo. 

Uramo si svegliò stordito e ferito alla testa. Varie contusioni e abrasioni. Alcuni tagli e bruciature. Inutile dire che, per quei due morti che aveva causato, gli era stata impartita una dura lezione da parte dei suoi nuovi oscuri signori e padroni. Un vero peccato: si era perso il cerimoniale di presentazione di Reikharis ai prigionieri. Uramo non era solo. In sua “compagnia” vi erano due Dawi e quattro umani. Tutti conciati come lui. Il luogo era Gorgo 0, e lì venivano messi i combattenti.

Il Gorgo non assomigliava a una normale stiva. Era un enorme spazio scavato nelle viscere dell’Arca, sviluppato più in altezza che in larghezza, attraversato da passerelle, scale e balconate di ferro nero. Celle e recinti occupavano diversi livelli, mentre molto più in alto si intravedevano soltanto le sagome delle guardie. L’aria era calda e umida, impregnata di sale, ferro, fumo e del tanfo di troppi esseri rinchiusi nello stesso luogo. Le poche fiamme scure non illuminavano davvero: servivano soprattutto a ricordare quanto fosse vasta l’oscurità.

Uramo e Grombril prigionieri nella Eredità dei Mari Oscuri - Immagine fatta con Chat GPT AI

Uramo è prigioniero dell'Arca Nera l'Eredità dei Mari Oscuri

Fatto alquanto ridicolo se ci si pensa bene, alla fine Uramo è un artigiano e responsabile di un laboratorio e una forgia, il combattimento è l’ultima delle sue arti e virtù. Ma a quanto pare i due fortuiti (o sfortunati) morti che aveva causato avevano convinto abbastanza i Druchii da far loro pensare che fosse un soldato. Rispetto agli altri, ovviamente, aveva avuto un trattamento di tutto rispetto. Oh sì. Si erano accaniti brutalmente su di lui. E più volte. La fortuna di Uramo fu che svenne alle prime legnate. Ma lì, che lui fosse Uramo, non contava più. Era letteralmente merce. Anzi, meno di una bestia. Lì dentro nessuno valeva nulla e il suo valore era stabilito dal suo padrone. Le urla riecheggiavano nella pancia della bestia, illuminata a malapena da fiamme oscure. Tetre architetture si ergevano in ogni dove, e pianti e singhiozzi erano comuni quanto le urla di pietà.

“Verena. Abbi pietà di me. Uccidimi. Tutto, ma non questo. Non questo…”

pensò Uramo.

Si avvicinò uno dei due Dawi, aiutandolo a rialzarsi.

“Te le hanno suonate per bene, Umgi. Immagino che non abbiano gradito il fatto che hai fatto detonare la testa a due dei loro assaltatori. Bel tiro, ma se non avessi sparato non saresti conciato così.”

Uramo si rimise in piedi a malapena. Il Nano, vestito di stracci, sporco e a piedi nudi come lui, lo scrutava. Nel suo volto si leggeva tristezza, con note di infinito rancore, come solo un Nano può portare. Lo squadrava da capo a piedi.

“Saremmo stati più fortunati se fossimo morti. Il Capitano dubito abbia trovato una soluzione efficace buttandosi a mare”, disse Uramo.

“Dici bene, Umgi. Di fatto è stato ripescato come un merluzzo, e ovviamente…”

Indicò un punto molto alto di una rupe. Lì giaceva appeso a un gancio da macellaio il Capitano. Messo come monito. Nessuno scappa.

“Decisamente una pessima idea.”

Uramo, con parecchio sforzo e le ossa indolenzite, si tirò su a malapena. Sgranò gli occhi, che erano ancora offuscati, e si guardò intorno. Pensò subito che, se esisteva un inferno, quello di sicuro era uno dei suoi infiniti gironi. Forse tra i peggiori.

“Stai giù, Umgi. Non sei in condizioni di rimanere in piedi e ti consiglio di risparmiare le forze. Sei rimasto svenuto per tre giorni. Un consiglio, giovane: non guardarli negli occhi. Mai. Se ti dicono qualcosa, tu dì: «Sì, Signore». Se ti danno qualcosa da fare, falla. Non parlare se non te lo dicono loro. Se non fai tutto questo, beh, allora…”

Il Dawi indicò nuovamente il povero Capitano della Grande Sovrana.

“Sin troppo chiaro. Sono buoni consigli. Ma ho la testa dura e troppo orgoglio. Preferisco morire che vivere così.”

Quell'affermazione fece ridere non poco il Dawi sotto la sua barba, ma non era una risata realmente divertita. Era isterica e nervosa, come le risate di un anziano davanti alle cretinate di un bambino.

“Umgi, sei coraggioso a dire questo, te lo concedo. Ma qua hanno solo un modo per trattare gente come te, o come i Dawi. E fidati: non lo vuoi scoprire, ma hai già un'idea di come potrebbe andare a finire. Ora basta cazzate. Riposa e fa' quello che ti ho detto. Dentro queste orripilanti fortezze dei mari, se sei utile sopravvivi quanto basta per avere una morte veloce quando non servirai più. Ma se sei inutile, o lo diventi, allora diventi il loro balocco.”

“Intendi Slaanesh?”

Il Dawi sferrò un sonoro pugno nella pancia di un già debilitato Uramo, che cadde a terra come una pera. Un vero calcio di mulo, e si parla di un Dawi debilitato dalla schiavitù.

“Mai. Mai pronunciare quel nome. Soprattutto non qui dentro. Attireresti ire e interessi che non vorresti, ragazzo. Sei per caso stupido? Te lo ripeto molto chiaramente: il silenzio e l'obbedienza incondizionata saranno i tuoi alleati.”

“Dannazione!…avrei preferito un messaggio meno diretto e più verbale, ma accetto il consiglio”, disse Uramo, dolorante e senza fiato.

“Bravo ragazzo.”

E a questo giro il Dawi si concesse un leggero sorriso. Veloce. Fugace. Sapeva perfettamente che sorridere poteva rappresentare la morte o peggio.

Le Guardie dell'Arca Nera non dormono mai e sono sempre attente. I giorni passavano ed era impossibile capire, dentro un'Arca Nera, se fuori fosse giorno o notte.

Ovviamente un ambiente del genere, immerso tra oscurità e luci malsane, faceva parte dei tanti piaceri e vizi che i Druchii concedevano ai loro gentili ospiti. I quattro umani che c'erano furono portati via, tra le urla.

Due morirono. Gli altri due capirono che non dovevano fiatare. Più volte passò un'Elfa Oscura. Entrava, guardava e prelevava.

Portarono via anche il secondo Dawi. Uramo vide quello che gli aveva parlato stringere poderosamente la mano a pugno quando venne il suo turno, ma non proferì parola. Si limitò a digrignare i denti in silenzio.

Senza una lacrima. Senza nulla. Erano rimasti soltanto Uramo e lui, circondati dall'orrore. Dopo un po' di tempo rientrò quella temibile Elfa. 

Si chiamava Mashakas, da quello che Uramo aveva potuto sentire. Come tutte le Elfe Oscure era bella e pallida, quanto sadica e spietata. Molte volte guardava Uramo, in cerca di una sola reazione da parte sua per far schioccare la frusta. Ma Uramo aveva ascoltato i consigli del Dawi come se fossero il suo nuovo testo sacro. E dovevano esserlo, da lì fino alla fine della sua vita, che sperava fosse breve. Quel giorno radunò lui e il Dawi.

“Voi due, feccia. Avete goduto abbastanza dell'ospitalità del Gorgo. Penso che sia arrivato il momento per voi di rendervi utili. Qui odiamo i pigri.”

Dietro di lei, le quattro terribili guardie in armatura nera ridacchiavano. Esseri rivoltanti.

“Dawi, vediamo come te la cavi con le riparazioni. Vista la tua natura, di sicuro sei bravo. O meglio, c'è una certa… presunzione che tu sia bravo. Il tuo caro compagno di giochi non lo è stato e ora la sua testa fa parte del corredo eterno dell'Eredità dei Mari Oscuri. Gioisci: se fai bene il tuo lavoro sarai nutrito e avrai un bel lettino di stracci, sacco di grasso.”

Poi rivolse l'attenzione verso Uramo.

“Mentre per l'umano maschio… penso che me lo godrò io. Non so chi tra voi due sia più fortunello.”

Uramo rabbrividì. Era nauseato all'idea, e le guardie intorno ridevano. Rideva anche lei. Erano vere le leggende. I Druchii erano esseri abominevoli. Non avevano nulla di terreno. Creature totalmente depravate. Ma il Dawi fece un leggero passo avanti, chinò la testa e giunse le mani. Era il segno di chi voleva parlare tra gli schiavi. Glielo aveva detto durante una delle loro rare conversazioni, tenute durante il cambio delle guardie. La padrona Mashakas lo gelò con lo sguardo e la sua voce si fece sottile e fredda.

“Cosa hai da dire, botolo di lardo? Qualche problema sulla mia scelta?”

“Mia Signora. Questo Umgi è un Artigiano. Le sue mani parlano da sole. Potrebbe essere un'ottima risorsa per le riparazioni. Mia Signora…”

Il Nano digrignò i denti e il suo volto assunse una smorfia sospesa tra il dolore che stava per arrivare e il pensiero: “L'ho fatta fuori dal vaso. Chi me l'ha fatto fare?”

Un giusto pensiero. Perché l'Elfa Oscura scattò con una velocità agghiacciante e fece schioccare la sua frusta dritta in faccia al Dawi. Era in ginocchio, sanguinante, e si teneva la ferita sul volto. Si avvicinò veloce e letale e con un calcio atterrò il Dawi. Un solo calcio.
 “Anche i Druchii devono essere belli forti”, pensò tra sé Uramo, anche se, viste le loro condizioni, si giocava molto facile.

“Sacco di lardo, non ho capito: tu mi stai consigliando? Vuoi morire? Le parole di un patetico Dawi in catene sono come lo sterco sotto gli stivali. Tu non sei più utile.”

Afferrò velocemente la spada. Una lama nera come la pece arrivò quasi alla testa del Dawi, se non fosse stato per una voce proveniente dall'alto. Forte, ma con una certa dolcezza e serenità nel tono. Una voce che avrebbe fatto ghiacciare il sangue nelle vene a chiunque.

“Mashakas…”

L'Elfa Oscura sussultò. Fermò immediatamente il fatale colpo e, senza neanche alzare lo sguardo, si inchinò in direzione della rupe. Altrettanto fecero tutte le guardie attorno, comprese quelle nella gabbia. Una voce sconosciuta. Uramo avrebbe voluto guardare, ma le parole del Dawi in quel momento gli rimbombavano in testa come un'intera batteria di cannoni di Nuln. Si limitò a rimanere fermo e in posizione.

“Mia buona Mashakas, così tratti i MIEI ospiti? Oh, no. No no. Non si fa. Per prendere determinate decisioni di vita o di morte, soprattutto quando si tratta di buona manodopera, devo essere sempre consultato. Che sia un tuo ERRORE ricorrente, questo?”

La sua voce era dolce quanto sottile.

“No, mio Oscuro Ammiraglio.”

l'Ammiraglio Oscuro Rakharis, Comandante Supremo della Eredità dei Mari Oscuri - Immagine fatta con Chat GPT AI

L'Ammiraglio Reikharis Marescuro dell'Arca Nera l'Eredità dei Mari Oscuri, si presenta agli schiavi nel Gorgo

Lo disse con un filo di voce che anche Uramo fece fatica a sentire, ed era letteralmente a quattro passi da lei.

Come poteva quella figura sentire la sua risposta?

“No? Voglio sperarlo, mia buona Mashakas. Ora impara ad ascoltare anche la squittente voce degli schiavi, anche se a te potrà sembrare inutile. So che ti manca compagnia nelle tue feste, mia cara, ma vedi, se un Dawi dà un consiglio inerente ad alcune abilità, è meglio ascoltarlo. Hanno l'occhio lungo per i talenti in fatto di artigianato.”

“Sì, mio Oscuro Ammiraglio.”

Sempre con quel sottile tono di voce quasi impercettibile. Si poteva avvertire la sua paura. Era palpabile.

“Molto bene. Per cui mi sa che dovrai sceglierti un altro ‘uomo’, ammesso che lo si possa chiamare così. Quello schiavo andrà con il Dawi nelle fucine di riparazione, mia buona Mashakas. E non vorrei ripetermi.”

“Come lei comanda, Oscuro Ammiraglio.”

A questo giro il suo tono era alto e deciso. Non poteva fare altrimenti.

“E… nel caso succedesse a entrambi qualcosa, ma giusto perché ti saltasse la mosca al naso, ricordati che fine fa chi mi disobbedisce, mia buona Mashakas…”

L'Ammiraglio Oscuro Reikharis Marescuro sorrise quasi dolcemente.

E Uramo lo vide.

La voce proveniva da una balconata di pietra nera che dominava il Gorgo diversi metri più in alto. Da lassù si poteva osservare quasi tutto il livello inferiore senza scendere tra gli schiavi. Uramo comprese immediatamente che non era stata costruita per necessità: era un palco. Un posto dal quale chi comandava poteva guardare in basso e ricordare a tutti gli altri quale fosse il loro posto

Perché, maledetta curiosità, alzò lo sguardo. Forse voleva capire chi fosse il capo di quelle Malebolge e di quell'abominio dannato. Alto, con lunghi capelli corvini raccolti in un'unica coda con un fermaglio d'argento. La sua armatura nera non brillava, ma gli ornamenti d'oro e d'argento che portava sì. Il mantello porpora danzava dolcemente alla brezza proveniente dai condotti di aerazione. Un Elfo Oscuro dai lineamenti nobili. In lui si vedevano arroganza, disinvoltura e una crudeltà senza precedenti.

Guardava fisso Mashakas. Poi distolse lo sguardo. Ma a Reikharis non sfugge nulla. E una rapida occhiata cadde su Uramo.

Tutti i maledetti Druchii dell’arca dovettero aver sentito il rumore del collo di Uramo che abbassava velocemente la testa

Uramo e il Dawi vennero fatti sgomberare da Gorgo 0. Nella confusione il Dawi sussurrò soltanto:

“Io sono Grombril.”. Lanciò una veloce occhiata a Uramo prima di tornare a guardare in basso e tenere il passo. “Io sono Uramo”, disse con un filo di voce, appena accennato. Lì, in mezzo alle grida, ai pianti e al clangore degli strumenti, i Druchii non potevano sentirli. Due individui scamparono quel giorno al Gorgo:

Anno 2251 CI, Giorno 5 Tassadì, quarta settimana del mese di Jahrdrung.

Non molti conoscono questa fortuna. E chi varca quella porta conoscerà soltanto nuovi orrori e nuove morti. Ma vivere un altro giorno può essere un dono quanto una maledizione. E nelle Arche Nere non ci sono doni per gli schiavi. Solo destini funesti. Ovviamente, dulcis in fundo, Uramo non poteva saperlo, ma quella sua breve occhiata attirò l'attenzione di Reikharis. Un Reikharis che continuava a fissarlo, impassibile, come se lo stesse scrutando nel profondo. In lui non vi erano rabbia, indignazione o sadismo. Piuttosto, una sorta di lampo. Come un'epifania. E continuava a guardarlo. Prima di lasciarsi sfuggire uno strano sorriso.

“Abbiamo uno schiavo proprio strano qui sull'Eredità dei Mari Oscuri.”

Proferite quelle ultime parole in un sussurro, se ne andò con lo stesso sorriso.



Continua nel capitolo 2



Nel caso voglia più dettagli sull'ambientazione della storia, corri a leggere questo articolo:



                                    
 
              




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