Le Strane e Avventurose disavventure di Uramo e Anariel
Capitolo 1 : Lo strano schiavo dell'Arca Nera
(UNOFFICIAL WARHAMMER FANTASY FAN FICTION)Fatto alquanto ridicolo se ci si pensa bene, alla fine Uramo è
un artigiano e responsabile di un laboratorio e una forgia, il combattimento è
l’ultima delle sue arti e virtù. Ma
a quanto pare i due fortuiti (o sfortunati) morti che aveva causato avevano
convinto abbastanza i Druchii da far loro pensare che fosse un soldato.
Rispetto agli altri, ovviamente, aveva avuto un trattamento di tutto rispetto.
Oh sì. Si erano accaniti brutalmente su di lui. E più volte. La fortuna di
Uramo fu che svenne alle prime legnate. Ma lì, che lui fosse Uramo, non contava
più. Era letteralmente merce. Anzi, meno di una bestia. Lì dentro nessuno
valeva nulla e il suo valore era stabilito dal suo padrone. Le urla
riecheggiavano nella pancia della bestia, illuminata a malapena da fiamme
oscure. Tetre architetture si ergevano in ogni dove, e pianti e singhiozzi
erano comuni quanto le urla di pietà.
“Verena. Abbi pietà di me. Uccidimi. Tutto, ma non questo.
Non questo…”
pensò Uramo.
Si avvicinò uno dei due Dawi, aiutandolo a rialzarsi.
“Te le hanno suonate per bene, Umgi. Immagino che non
abbiano gradito il fatto che hai fatto detonare la testa a due dei loro
assaltatori. Bel tiro, ma se non avessi sparato non saresti conciato così.”
Uramo si rimise in piedi a malapena. Il Nano, vestito di
stracci, sporco e a piedi nudi come lui, lo scrutava. Nel suo volto si leggeva
tristezza, con note di infinito rancore, come solo un Nano può portare. Lo
squadrava da capo a piedi.
“Saremmo stati più fortunati se fossimo morti. Il Capitano
dubito abbia trovato una soluzione efficace buttandosi a mare”, disse Uramo.
“Dici bene, Umgi. Di fatto è stato ripescato come un
merluzzo, e ovviamente…”
Indicò un punto molto alto di una rupe. Lì giaceva appeso a
un gancio da macellaio il Capitano. Messo come monito. Nessuno scappa.
“Decisamente una pessima idea.”
Uramo, con parecchio sforzo e le ossa indolenzite, si tirò
su a malapena. Sgranò gli occhi, che erano ancora offuscati, e si guardò
intorno. Pensò subito che, se esisteva un inferno, quello di sicuro era uno dei
suoi infiniti gironi. Forse tra i peggiori.
“Stai giù, Umgi. Non sei in condizioni di rimanere in piedi
e ti consiglio di risparmiare le forze. Sei rimasto svenuto per tre giorni. Un
consiglio, giovane: non guardarli negli occhi. Mai. Se ti dicono qualcosa, tu
dì: «Sì, Signore». Se ti danno qualcosa da fare, falla. Non parlare se non te
lo dicono loro. Se non fai tutto questo, beh, allora…”
Il Dawi indicò nuovamente il povero Capitano della Grande
Sovrana.
“Sin troppo chiaro. Sono buoni consigli. Ma ho la testa dura
e troppo orgoglio. Preferisco morire che vivere così.”
Quell'affermazione fece ridere non poco il Dawi sotto la sua
barba, ma non era una risata realmente divertita. Era isterica e nervosa, come
le risate di un anziano davanti alle cretinate di un bambino.
“Umgi, sei coraggioso a dire questo, te lo concedo. Ma qua
hanno solo un modo per trattare gente come te, o come i Dawi. E fidati: non lo
vuoi scoprire, ma hai già un'idea di come potrebbe andare a finire. Ora basta
cazzate. Riposa e fa' quello che ti ho detto. Dentro queste orripilanti
fortezze dei mari, se sei utile sopravvivi quanto basta per avere una morte
veloce quando non servirai più. Ma se sei inutile, o lo diventi, allora diventi
il loro balocco.”
“Intendi Slaanesh?”
Il Dawi sferrò un sonoro pugno nella pancia di un già
debilitato Uramo, che cadde a terra come una pera. Un vero calcio di mulo, e si
parla di un Dawi debilitato dalla schiavitù.
“Mai. Mai pronunciare quel nome. Soprattutto non qui dentro.
Attireresti ire e interessi che non vorresti, ragazzo. Sei per caso stupido? Te
lo ripeto molto chiaramente: il silenzio e l'obbedienza incondizionata saranno
i tuoi alleati.”
“Dannazione!…avrei preferito un messaggio meno diretto e più verbale, ma accetto il
consiglio”, disse Uramo, dolorante e senza fiato.
“Bravo ragazzo.”
Le Guardie
dell'Arca Nera non dormono mai e sono sempre attente. I giorni passavano ed era
impossibile capire, dentro un'Arca Nera, se fuori fosse giorno o notte.
Ovviamente un
ambiente del genere, immerso tra oscurità e luci malsane, faceva parte dei
tanti piaceri e vizi che i Druchii concedevano ai loro gentili ospiti. I
quattro umani che c'erano furono portati via, tra le urla.
Due morirono. Gli
altri due capirono che non dovevano fiatare. Più volte passò un'Elfa Oscura.
Entrava, guardava e prelevava.
Portarono via anche
il secondo Dawi. Uramo vide quello che gli aveva parlato stringere
poderosamente la mano a pugno quando venne il suo turno, ma non proferì parola.
Si limitò a digrignare i denti in silenzio.
Senza una lacrima.
Senza nulla. Erano rimasti soltanto Uramo e lui, circondati dall'orrore. Dopo
un po' di tempo rientrò quella temibile Elfa.
Si chiamava Mashakas, da quello che Uramo aveva potuto
sentire. Come tutte le Elfe Oscure era bella e pallida, quanto sadica e
spietata. Molte volte guardava Uramo, in cerca di una sola reazione da parte
sua per far schioccare la frusta. Ma Uramo aveva ascoltato i consigli del Dawi
come se fossero il suo nuovo testo sacro. E dovevano esserlo, da lì fino alla
fine della sua vita, che sperava fosse breve. Quel giorno radunò lui e il Dawi.
“Voi due, feccia. Avete goduto abbastanza dell'ospitalità
del Gorgo. Penso che sia arrivato il momento per voi di rendervi utili. Qui
odiamo i pigri.”
Dietro di lei, le quattro terribili guardie in armatura nera
ridacchiavano. Esseri rivoltanti.
“Dawi, vediamo come te la cavi con le riparazioni. Vista la
tua natura, di sicuro sei bravo. O meglio, c'è una certa… presunzione che tu
sia bravo. Il tuo caro compagno di giochi non lo è stato e ora la sua testa fa
parte del corredo eterno dell'Eredità dei Mari Oscuri. Gioisci: se fai bene il
tuo lavoro sarai nutrito e avrai un bel lettino di stracci, sacco di grasso.”
Poi rivolse l'attenzione verso Uramo.
“Mentre per l'umano maschio… penso che me lo godrò io. Non
so chi tra voi due sia più fortunello.”
Uramo rabbrividì. Era nauseato all'idea, e le guardie
intorno ridevano. Rideva anche lei. Erano vere le leggende. I Druchii erano
esseri abominevoli. Non avevano nulla di terreno. Creature totalmente
depravate. Ma il Dawi fece un leggero passo avanti, chinò la testa e giunse le
mani. Era il segno di chi voleva parlare tra gli schiavi. Glielo aveva detto
durante una delle loro rare conversazioni, tenute durante il cambio delle
guardie. La padrona Mashakas lo gelò con lo sguardo e la sua voce si fece sottile
e fredda.
“Cosa hai da dire, botolo di lardo? Qualche problema sulla
mia scelta?”
“Mia Signora. Questo Umgi è un Artigiano. Le sue mani
parlano da sole. Potrebbe essere un'ottima risorsa per le riparazioni. Mia
Signora…”
Il Nano digrignò i denti e il suo volto assunse una smorfia
sospesa tra il dolore che stava per arrivare e il pensiero: “L'ho fatta
fuori dal vaso. Chi me l'ha fatto fare?”
Un giusto pensiero. Perché l'Elfa Oscura scattò con una
velocità agghiacciante e fece schioccare la sua frusta dritta in faccia al
Dawi. Era in ginocchio, sanguinante, e si teneva la ferita sul volto. Si
avvicinò veloce e letale e con un calcio atterrò il Dawi. Un solo calcio.
“Anche i Druchii devono essere belli
forti”, pensò tra sé Uramo, anche se, viste le loro condizioni, si giocava
molto facile.
“Sacco di lardo, non ho capito: tu mi stai consigliando?
Vuoi morire? Le parole di un patetico Dawi in catene sono come lo sterco sotto
gli stivali. Tu non sei più utile.”
Afferrò velocemente la spada. Una lama nera come la pece
arrivò quasi alla testa del Dawi, se non fosse stato per una voce proveniente
dall'alto. Forte, ma con una certa dolcezza e serenità nel tono. Una voce che
avrebbe fatto ghiacciare il sangue nelle vene a chiunque.
“Mashakas…”
L'Elfa Oscura sussultò. Fermò immediatamente il fatale colpo
e, senza neanche alzare lo sguardo, si inchinò in direzione della rupe.
Altrettanto fecero tutte le guardie attorno, comprese quelle nella gabbia. Una
voce sconosciuta. Uramo avrebbe voluto guardare, ma le parole del Dawi in quel
momento gli rimbombavano in testa come un'intera batteria di cannoni di Nuln.
Si limitò a rimanere fermo e in posizione.
“Mia buona Mashakas, così tratti i MIEI ospiti? Oh, no. No
no. Non si fa. Per prendere determinate decisioni di vita o di morte,
soprattutto quando si tratta di buona manodopera, devo essere sempre
consultato. Che sia un tuo ERRORE ricorrente, questo?”
La sua voce era dolce quanto sottile.
“No, mio Oscuro Ammiraglio.”
Lo disse con un filo di voce che anche Uramo fece fatica a
sentire, ed era letteralmente a quattro passi da lei.
Come poteva quella figura sentire la sua risposta?
“No? Voglio sperarlo, mia buona Mashakas. Ora impara ad
ascoltare anche la squittente voce degli schiavi, anche se a te potrà sembrare
inutile. So che ti manca compagnia nelle tue feste, mia cara, ma vedi, se un
Dawi dà un consiglio inerente ad alcune abilità, è meglio ascoltarlo. Hanno
l'occhio lungo per i talenti in fatto di artigianato.”
“Sì, mio Oscuro Ammiraglio.”
Sempre con quel sottile tono di voce quasi impercettibile.
Si poteva avvertire la sua paura. Era palpabile.
“Molto bene. Per cui mi sa che dovrai sceglierti un altro
‘uomo’, ammesso che lo si possa chiamare così. Quello schiavo andrà con il Dawi
nelle fucine di riparazione, mia buona Mashakas. E non vorrei ripetermi.”
“Come lei comanda, Oscuro Ammiraglio.”
A questo giro il suo tono era alto e deciso. Non poteva fare
altrimenti.
“E… nel caso succedesse a entrambi qualcosa, ma giusto
perché ti saltasse la mosca al naso, ricordati che fine fa chi mi disobbedisce,
mia buona Mashakas…”
L'Ammiraglio Oscuro Reikharis Marescuro sorrise quasi
dolcemente.
E Uramo lo vide.
La voce proveniva da una balconata di pietra nera che
dominava il Gorgo diversi metri più in alto. Da lassù si poteva osservare quasi
tutto il livello inferiore senza scendere tra gli schiavi. Uramo comprese
immediatamente che non era stata costruita per necessità: era un palco. Un
posto dal quale chi comandava poteva guardare in basso e ricordare a tutti gli
altri quale fosse il loro posto
Perché, maledetta curiosità, alzò lo sguardo. Forse voleva
capire chi fosse il capo di quelle Malebolge e di quell'abominio dannato. Alto,
con lunghi capelli corvini raccolti in un'unica coda con un fermaglio
d'argento. La sua armatura nera non brillava, ma gli ornamenti d'oro e
d'argento che portava sì. Il mantello porpora danzava dolcemente alla brezza
proveniente dai condotti di aerazione. Un Elfo Oscuro dai lineamenti nobili. In
lui si vedevano arroganza, disinvoltura e una crudeltà senza precedenti.
Guardava fisso Mashakas. Poi distolse lo sguardo. Ma a
Reikharis non sfugge nulla. E una rapida occhiata cadde su Uramo.
Tutti i maledetti Druchii
dell’arca dovettero aver sentito il rumore del collo di Uramo che abbassava
velocemente la testa
Uramo e il Dawi vennero fatti sgomberare da Gorgo 0. Nella
confusione il Dawi sussurrò soltanto:
“Io sono Grombril.”. Lanciò una veloce occhiata a Uramo
prima di tornare a guardare in basso e tenere il passo. “Io sono Uramo”, disse
con un filo di voce, appena accennato. Lì, in mezzo alle grida, ai pianti e al
clangore degli strumenti, i Druchii non potevano sentirli. Due individui
scamparono quel giorno al Gorgo:
Anno 2251 CI, Giorno 5 Tassadì, quarta settimana del mese
di Jahrdrung.
Non molti conoscono questa fortuna. E chi varca quella porta
conoscerà soltanto nuovi orrori e nuove morti. Ma vivere un altro giorno può
essere un dono quanto una maledizione. E nelle Arche Nere non ci sono doni per
gli schiavi. Solo destini funesti. Ovviamente, dulcis in fundo, Uramo
non poteva saperlo, ma quella sua breve occhiata attirò l'attenzione di
Reikharis. Un Reikharis che continuava a fissarlo, impassibile, come se lo
stesse scrutando nel profondo. In lui non vi erano rabbia, indignazione o
sadismo. Piuttosto, una sorta di lampo. Come un'epifania. E continuava a
guardarlo. Prima di lasciarsi sfuggire uno strano sorriso.
“Abbiamo uno schiavo proprio strano qui sull'Eredità dei Mari Oscuri.”
Proferite quelle ultime parole in un sussurro, se ne andò con lo stesso sorriso.
Continua nel capitolo 2
Nel caso voglia più dettagli sull'ambientazione della storia, corri a leggere questo articolo:
Disclaimer
Questa è un’opera di fan fiction non ufficiale ambientata nell’universo di Warhammer Fantasy, proprietà intellettuale di Games Workshop Limited. Warhammer, Warhammer Fantasy e tutti i nomi, luoghi, razze, fazioni e altri elementi riconducibili all’universo di Games Workshop appartengono ai rispettivi titolari dei diritti. I personaggi originali, gli eventi narrativi e gli elementi creati specificamente per questa storia sono opere fan-made e non costituiscono materiale ufficiale Games Workshop. Questo progetto è realizzato esclusivamente per finalità amatoriali, senza fini commerciali, non è affiliato, approvato, sponsorizzato o autorizzato da Games Workshop Limited e non intende rivendicare alcun diritto sulla proprietà intellettuale originale di Warhammer. Le illustrazioni presenti sono artwork originali/fan-made realizzati per accompagnare la storia e non riproducono artwork ufficiali Games Workshop.
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